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lunedì 28 febbraio 2011

Servizi Editoriali Offerti

La mission del mio Blog Letterario

Il blog rosmarservizieditoriali.splinder.com nasce con un intento ben preciso: fornire servizi editoriali professionali – schede di valutazione, correzione di bozze, editing e ghostwriting – a prezzi modici, decisamente al di sotto di quelli (a mio parere eccessivi) delle agenzie letterarie.
Mi chiamo Rossella, ho 28 anni, e gran parte di ciò che sono e ciò che scrivo si trova qui, sul mio blog letterario. Scorrendo la pagina troverete il mio cv letterario in pillole, ma poiché credo fermamente che chi usufruisca di un servizio a pagamento debba poter verificare le competenze di chi glielo fornisce, ciascuno di voi è libero di chiedermi via mail il curriculum completo.
Prima ancora che una professionista mi ritengo una scrittrice, esordiente quanto basta per sapere quanto il mondo dell’editoria sia ostico nei confronti di tutti quelli che desiderano avvicinarsi, soprattutto i tanto bistrattati esordienti, destinati a prendersi molte porte in faccia prima di riuscire a fare una minuscola breccia nel muro che si trovano davanti.
Un muro fatto di editori seri e meno seri, esigenti e frettolosi, disinteressati e capricciosi, ma anche di concorsi-truffa, libri pubblicati sborsando migliaia di euro che non valgono nulla e intasano il mercato, pseudo agenti letterari il cui unico scopo è spennare per bene i malcapitati, colpevoli solo di credere in un sogno.

Le Qualità di un buon Esordiente

Credere nei sogni non è una colpa, anzi, presuppone la prima, fondamentale qualità di un esordiente:la tenacia, che alle volte può sconfinare in una vera e propria testardaggine.
Crederci con tutte le proprie forze, avere fede, è indispensabile ma non basta; occorre mettersi in gioco, provare, riprovare e poi ancora riprovare, senza lasciarsi scoraggiare dagli inevitabili insuccessi. Se avete deciso che questa è la vostra strada, se credete che ne valga veramente la pena, gli ostacoli serviranno da stimolo e, perché no, da insegnamento.
E questo ci porta alla seconda qualità di un esordiente di successo: l’umiltà.
Molto spesso si tende a sottovalutare l’importanza dell’essere umili. Anzi, si tende a presentarlo più come un difetto che come una qualità; del resto non si può negare che gli scrittori, specie i più famosi, siano esemplari di spicco per arroganza ed egocentrismo.
Tuttavia non sempre è vero ciò che appare.
Nella mia, seppur breve, carriera, ho avuto modo di incontrare e conoscere una miriade di scrittori dilettanti, futuri esordienti o magari già con qualche piccola pubblicazione alle spalle, e devo dire che quello che visto – e sentito – mi ha lasciata a dir poco basita.
Tutti convinti di aver scritto il capolavoro del secolo, tutti pronti a criticare gli altri e a elogiare sé stessi, ma soprattutto, tutti pronti, in caso di (probabilissimo) insuccesso, a dare la colpa a editori ignoranti, mercato che predilige libri commerciali di scarsa qualità, editor incapaci e sfortuna cosmica.
Darebbero la colpa a tutti fuorché a sé stessi. Il problema è che se non si riesce a mettersi in discussione, non si riesce nemmeno ad imparare; e se non si impara, difficilmente si migliora.
Considerato che il genio puro, il talento che nasce tale e non teme i confronti, è quantomeno raro,uno scrittore che non possegga una certa dose di umiltà non  arriva da nessuna parte. Niente – e sottolineo, assolutamente niente – fa crescere uno scrittore più del confronto e della critiche.
Dalle critiche si impara a migliorarsi, con le critiche si affina la tecnica. Uno scrittore, anche affermato, è costantemente sottoposto al giudizio dei lettori, sono i lettori che ne decretano il successo o l’insuccesso. Allora meglio iniziare subito, mettersi in gioco in quanti più tornei e concorsi letterari possibile, farsi insultare, criticare e deridere, consapevoli che alla fine dovremo scremare i pareri ricevuti e cercare di capire cosa c’è di vero in ognuno di essi.
Credetemi, i complimenti faranno anche piacere, ma per raggiungere il nostro scopo sono assolutamente inutili. Se poi preferite crogiolarvi nelle lodi di amici e parenti, rifiutando il parere di “una massa di ignoranti che non capisce nulla”, be’, in tal caso dovreste chiedervi se volete scrivere per passione o perché siete assetati di una qualche forma di gloria che non riuscite a ottenere altrimenti. Ma sono sicura che se siete capitati qui, se avete l’umiltà di affidarvi a una perfetta sconosciuta perché vi dia consigli e vi aiuti a migliorare, certamente non è il vostro caso.
Tornando a noi, la terza qualità di un buon esordiente è senza dubbio la costanza.
È bandita la pigrizia in ogni sua forma: dovete leggere e scrivere tanto, più di qualsiasi altra cosa facciate durante la giornata. E se non avete tempo, trovatelo.
Svegliatevi prima la mattina, andate a letto più tardi la sera o portatevi dietro un block-notes da scarabocchiare sulla metro o durante la pausa pranzo. I minuti sono preziosi quanto le vostre idee; non lasciate che quelle che avete vi sfuggano, ma soprattutto state attenti a catturarne sempre di nuove. A tal fine, ogni luogo e ogni persona è fondamentale.
Può sembrare un esagerazione, ma è la pura verità. Uno scrittore è anche un buon osservatore, e, nella stragrande maggior parte dei casi, possiede un animo molto incline all’introspezione psicologica, propria e altrui. Perciò osservate bene la persona che vi siete accanto in treno, state attenti ai suoi modi di fare, studiatene l’accento e i lineamenti, potrebbero esservi utili per il prossimo personaggio che dovrete tratteggiare.
E poi lasciate libera la fantasia, non ponetele limiti né paletti di sorta: che fa quella donna sola in stazione a un’ora così tarda? Aspetta l’amante, o forse si è rifugiata qui per sfuggire a qualcuno? Chi la aspetta a casa? Cosa farà stasera, chi incontrerà? E via così, domande su domande che richiederanno via via risposte sempre più articolate.
È così che si mette in moto la fantasia. Si parte dal nulla, dalle cose più banali, quelle a cui le persone meno sensibili non danno alcuna importanza, di cui a volte nemmeno si accorgono.
Secondo la mia esperienza, utilissimi sono i blog e i forum. Si ha la possibilità di conoscere la storia e le emozioni di una marea di sconosciuti senza nemmeno prendersi la briga di chiedere qua e là o intervistare, quale occasione più ghiotta per uno scrittore?!
Fermo restando che prima di tutto bisognerà saccheggiare a piene mani dalla propria personale esperienza di vita. È un saccheggio che in un primo momento vi lascerà insoddisfatti, quasi svuotati, ma che alla lunga si rivelerà catartico.
L’importante, in ogni caso, è conoscere bene ciò di cui si parla. Non c’è niente di peggio di una vergine che voglia scrivere un torbido romanzo sul mondo del sesso, o di impiegato di provincia che ambienti la propria storia in una New York dove non è mai stato, che conosce solo attraverso lo stereotipato mondo hollywodiano.
Non dico che dovete frenare la vostra vena espressiva, o, peggio, che certi argomenti sono tabù; solo che dovete conoscere bene ciò di cui parlate. Più ci siete dentro, più padroneggiate i luoghi e i sentimenti dei vostri protagonisti, più il vostro romanzo risulterà convincente, realistico, capace di trasmettere qualcosa. Diversamente, verrà fuori un’accozzaglia di luoghi comuni così finta che alla fine ve ne accorgerete anche voi. Dunque, ricapitolando: tenacia, umiltà e costanza.
Che altro occorre per diventare dei buoni scrittori?
Ovviamente un bel po’ di fortuna! Quella, aimè, proprio non posso procurarvela.
Posso però farvi da guida in questo intricato mondo che è l’editoria italiana, aiutandovi a distinguere le case editrici serie da quelle truffaldine, i concorsi che vale la pena tentare e quelli che è meglio lasciar perdere, i siti da frequentare e gli specchietti per le allodole.
Per qualsiasi cosa, non esitate a contattarmi via mail: i consigli sono gratuiti !

Per tutto il resto leggete qui, e se ritenete di aver bisogno di un “occhio esterno” preciso e allenato… io sono qui per voi!

sabato 26 febbraio 2011

E' possibile innamorarsi e non lasciarsi mai?

Una domanda che mi ha colpita ed è un po’ che ci penso su. Anni fa avrei risposto sì senza esitare. Oggi, esitando e rimuginando e pensandoci su, risponderei…..si, è possibile. Ma non è per tutti. Ci vuole coraggio, tantissimo coraggio. E fede nell’amore, e pazienza, e sacrificio, e sincerità. E capacità di lottare, costanza, coerenza e stabilità emotiva. Crederci con tutta l’anima e tutto il cuore e non arrendersi mai. Perseverare, sopportare periodi in cui l’amore sembra spegnersi, in cui ci sono mille difficoltà, in cui l’intero mondo sembra contro; periodi di dubbi, di sbagli, di crisi e di distanze che sembrano incolmabili.
È qualcosa che ad alcuni è preclusa, non tutti sono in grado di sopportare il peso della felicità senza averne paura, senza sentire l’irresistibile impulso di distruggere tutto prima che sia quel sentimento a distruggerci.
L’amore va difeso, protetto, ascoltato… l’amore può tutto quando è grande e forte, ma 
attinge questa forza dalla fede. Chi non ha fede nell’amore non può amare.
E io mi trovo qui, con mille domande a cui non avrò mai risposta, mille ricordi, mille rimpianti e mille paure… con quella scena di quel film davanti agli occhi: non puoi ricordare perché fa male, ma non vuoi e non devi dimenticare, perché farlo vorrebbe dire cancellare una parte di te, un pezzo di anima che si perderebbe per sempre. In amore non esistono le sconfitte, perché comunque vada l’unica cosa che conta è sapere di avercela messa tutta, potersi guardare indietro serenamente, con la consapevolezza di non aver tradito né noi stessi né il nostro amore. Anche quando hai paura che non riuscirai più ad amare con quella intensità, con quella totalità, con quel desiderio di eternità… l’amore in fondo è un ideale, come la pace, come la religione, come la bontà. E gli ideali esistono sono per chi ci crede, solo finché c’è qualcuno che ci crede e non permette a nessuno di dissuaderlo dalla sua fede, neppure ai cinici, che non hanno fede in nulla e vorrebbero attirare anche gli altri nel loro mondo grigio, senza colori.

In questi mesi ho riflettuto molto anche sul tema del
tradimento (non solo quello inteso in senso strettamente fisico) e mentre ero alla Feltrinelli ho trovato il libro di Crepet A una donna tradita, dove sulla quarta di copertina c’era questa frase bellissima: 
Il più grande dei tradimenti, quello che tutti li riassume, è quello verso sé, nella convinzione che la solitudine e la sterilità dei sentimenti possano proteggerci dal dolore”.
Niente può proteggerci dal dolore se non il vuoto più totale, e ogni tradimento, di qualsiasi tipo e con qualsiasi modalità, è per prima cosa tradimento verso noi stessi…quanto è dannatamente vero tutto ciò! Chi tradisce in realtà è il primo, vero tradito: non si tradisce una donna o un uomo, si tradisce l'amore che ci lega a loro, si tradiscono i propri sentimenti e l'anima che prova certe cose. Se solo ci guardassimo dentro ogni tanto, quante cose capiremmo di noi e di chi ci sta accanto… e tutto questo pensare non è inutile paranoia, sega mentale o perdita di tempo, perché quello che ci si ricava è la serenità, la possibilità di essere felice, e quella non ha prezzo.

ps: questo post l'ho scritto stanotte, in mezz'ora, dopo una giornata steressantissima e tanto sonno... scusate il linguaggio e gli errori che sicuramente ci sono!

mercoledì 23 febbraio 2011

Biscotti al cioccolato

- Premessa. A chi si chiede cosa c'entrino i dolci in un blog letterario, posso solo rispondere che per me lettura e scrittura sono piaceri al pari di una buona torta o di golosi biscotti. E personalmente trovo fantastica l'abbinata dolci/libri ;-)! - 
***
Casomai doveste essere a dieta (come la sottoscritta)... evitate assolutamente! Per questi biscotti vale la stessa massima dei cioccolatini: uno tira l'altro e proprio non c'è verso di staccarsi, perfino quando la pancia è piena e implora pietà. Sono troppo buoni, croccanti fuori e morbidi dentro, oltre che semplici da fare (non a caso la fonte della ricetta è ancora una volta il collaudato Cotto e mangiato). Questa volta però oltre ai consigli mangereggi azzardo anche un consiglio letterario: l'accoppiata biscotti al cioccolato e un buon thriller scandinavo (di quelli alla Stieg Larsson per intenderci), magari durante un grigio e noioso pomeriggio di pioggia, è decisamente vincente!
I miei biscotti al cioccolato

INGREDIENTI: 
- 220 gr. cioccolato fondente;
- 110 gr. di burro;
- 220 gr. di farina;
- 100 gr. zucchero;
- 2 uova;
- un pizzico di sale;
- zucchero a velo;
- mezzo cucchiaio di lievito;

PROCEDIMENTO: 
Far sciogliere il cioccolato con il burro. Sbattere le uova con lo zucchero e mescolarle alla crema di cioccolato e burro. Aggiungere la farina, il lievito e un pizzico di sale, poi mettere il composto in frigo o in freezer per mezz'ora o più, fino a che non si indurisce. Realizzare tante palline da schiacciare e sistemare in una teglia imburrata. Infornare a 180 gradi per 10 minuti. Una volta sfornati, cospargere i biscotti di abbondante zucchero a velo.

lunedì 21 febbraio 2011

La deriva dell'Amore

L'indifferenza non è un sentimento. 
Dovrebbe essere piuttosto l'approdo auspicato per tutti quei sentimenti che facciamo fatica a scrollarci di dosso: amori sbagliati o senza speranza, dipendenze patologiche, masochismi radicati a livello di DNA. L'indifferenza è il non-sentimento per eccellenza, il trionfo dell'ordinato nulla su un caotico tutto, della forma statica sull'energia creativa. E' così anti-umana, l'indifferenza. 
Troppo perfetta da realizzare, troppo difficile da mantenere e tollerare. Eppure nel nostro mondo è sempre più diffusa, forse è per questo che non andiamo né avanti né indietro: ci illudiamo di farlo, forti del benestare del Dio denaro e delle innovazioni tecnologiche, ma in realtà giorno dopo giorno ci accartocciamo su noi stessi, guardando stupiti il tempo che passa e il mondo che sfugge. 
Una blanda forma d'indifferenza, che ci fa guardare gli altri coi paraocchi, né rallegrati né indignati, perché in fondo gli altri siamo noi, gli altri sono così confusi e sovrapposti su stereotipi e categorie da risultare quasi neutri. 
Uomini indifferenti e indifferenziati... si può forse provare per loro qualcosa in più che indifferenza?
Eppure in questa disarmante distesa indifferenziata, i sentimenti continuano a nascere, crescere e morire come fiori colorati su una lastra grigia d'acciaio. 
L'opposto dell'indifferenza è l'amore, il passaggio dall'una all'altra è reversibile ma complesso. 
Quando si è andati oltre la mente barcolla...
Al primo germoglio d'amore, l'indifferenza svanisce come brina mattutina al fuoco del sole. Ma quando, improvvisamente e dolorosamente, è l'amore a svanire, una dura lotta tocca all'uomo e alla donna per ripristinare quell'opaca e rassicurante patina di non-sentimento che prima sembrava così naturale, così piacevolmente priva di sofferenza. 
Ma è quasi impossibile ripristinare l'equilibrio iniziale. Perché in fondo l'indifferenza è anche questo, equilibrio... se le passioni ci consentono di andare avanti, l'indifferenza ci fa restare a galla quando il cambiamento è più di quanto possiamo sopportare, quando si è andati troppo oltre e la mente barcolla, il cuore che trema come sul punto di esplodere. Ma dopo un certo tipo di amore, dopo quella passione che entra in ogni singola cellula e come un terremoto sconvolge ogni ordine prestabilito, ogni idea e convinzione, be', quel genere di amore è irreversibile
Mai più tornerà l'equilibrio... dopo mesi, ore e giorni spesi in odio, rancore, tenerezza, rabbia, incredulità, ottimismo e quant'altro, dopo tutto questo tempo qualcosa ancora rimane, l'indifferenza è una chimera. 
Io ho raggiunto il mio approdo definitivo, e si chiama pena. 
La pena stringe il cuore in una morsa, lo spreme fino a stillare quel sentimento che rimane nonostante tutto, che rimarrà sempre e che è amaro come veleno. 
Pena, non c'è altro termine per definire quello che ancora mi lega a te. 
Pena, pietà, dispiacere. 
Come per la morte della persona amata. 
Mi dispiace tanto.

venerdì 18 febbraio 2011

Femminismo alla Sex & the City

Anni fa, più piccola e ovviamente meno consapevole, adoravo il telefilm culto Sex and the City: non me ne perdevo una puntata e ho anche speso dei bei soldini per acquistare i dvd originali. 
Ironico e divertente, lo trovavo un telefilm, se non apertamente femminista, quanto meno "dalla parte delle donne", vicino alle problematiche femminili e soprattutto fautore di una nuova, prorompente ondata di emancipazione. Così lo presentavano i media, e io - come molte altre donne - ci credevo eccome. 
Del resto queste quattro donne giovani e belle, sessualmente attive ed estremamente fashion, incarnavano a tutti gli effetti lo stereotipo della donna moderna "di successo". 
Da sinistra, Charlotte, Carrie, Samantha e Miranda
Tuttavia col passare degli anni, una laurea in sociologia e qualche esperienza in più, mi sono ritrovata a guardare il telefilm e a provare un certo fastidio. 
Perché?, mi sono chiesta. Un tempo mi piaceva così tanto! Ora invece mi irrita profondamente Carrie, innamorata dalla prima all'ultima puntata di Mister Big - che di Big (grande) ha solo la stronzaggine - il bastardo per eccellenza, l'emblema dell'uomo lunatico e immaturo che gliene combina di tutti colori (la lascia perfino sull'altare) ma che viene preso come simbolo dell'amore vero, quello che fa tribolare e quindi sognare, l'amore masochista per eccellenza che per chissà quale motivo è sinonimo di amore vero. Ma in base a quale logica perversa uno che tradisce, sparisce nel nulla, mente e fa sempre i suoi comodi è l'uomo ideale?! Perché in fondo è questo il messaggio che passa. Per amore si soffre, se non si soffre non è amore. Alle donne piacciono gli stronzi perchè le fanno tribolare e via con stronzate del genere. Cosa ci sarebbe di nuovo dal punto dell'emancipazione femminile? Niente, appunto.
Un ammasso di luoghi comuni vecchi come il cucco. Poi non sopporto Charlotte, la cui vita assume un senso solo quando riesce a sposarsi; prima sono solo lacrime, piagnistei e un darla a destra e a manca nel tentativo di accalappiare un potenziale marito. Eppure è una bella donna, dirige una galleria d'arte, fa vita mondana e ha tre amiche fantastiche. Ma per lei niente ha senso senza l'uomo.
Non sopporto nemmeno Samantha, la ninfomane, che si fa ogni uomo che incontra più per compulsione che per reale piacere. Non sono affatto una puritana, ma tutto quel sesso fine a sé stesso mi lascia un'impressione di squallore... più che piacere condiviso mi sembra merce consumata con ostentazione, per occultare la propria insicurezza e dare al mondo l'impressione di "potere". Ma il "potere della figa", di grazia, che potere è? Un potere finto, perché se non sei tu a darla ci penserà un'altra, e allora è una gara a chi la da via prima che in definitiva giova solo agli uomini.
L'unica che si salva forse è Miranda, schietta e con la testa sulle spalle. Ma a conti fatti l'impressione generale non è delle migliori: dal telefilm emerge un mondo femminile dipendente e insicuro, ossessionato dalla vecchiaia incombente, dalle mode e dalla necessità di trovare a tutti i costi un uomo, che non tiene in nessuna considerazione la realizzazione personale e lavorativa delle quattro protagoniste, tutte provviste di lavori stellari e di successo a cui però sembrano non dare la minima importanza; addirittura Charlotte, appena trovato l'uomo, si affretta a lasciare il suo, facendo così capire che per lei il lavoro era solo un modo per occupare il tempo in attesa dell'uomo giusto. 
Uomini, uomini, uomini. E poi vestiti, firme e glamour; pettegolezzo, aperitivi e scarpe con tacchi così alti che ti fanno male i piedi solo a guardarle. 
Mi sapreste dire, di grazia, in cosa sarebbero emancipate le donne di questo telefilm? Sono forse diverse dalle loro antenate ottocentesche solo perché hanno sostituito tè e pasticcini con sushi e cucina cinese? O perché indossano autoreggenti e push-up anziché corsetti e trine? O forse la rivoluzione sta nel prendere il taxi anziché la carrozza? Mistero. La verità è un'altra.
Se fosse davvero emancipata, Carrie darebbe un bel calcio in culo a Mister Big e si metterebbe con quel gran bravo ragazzo di Aidan, che la ama sul serio e non le manca di rispetto. Se fosse davvero emancipata, Charlotte sarebbe felice anche senza trovare marito, consapevole che il valore di una donna risiede in sé stessa, non nell'uomo che si mette accanto. 
Se fosse realmente emancipata, Samantha scoperebbe solo con uomini che le piacciono e di cui il giorno dopo ricorda il nome. 
E allora ho capito che Sex and the City non è affatto dalla parte delle donne, come vorrebbero farci credere. Al contrario, Sex and the city sta al femminismo come Uomini e Donne sta alla cultura. 
Un consiglio? Se noi donne desideriamo davvero emanciparci, spegniamo la tv e apriamo un libro. Possibilmente non di Melissa P.

mercoledì 16 febbraio 2011

Torta alle Noci e Cioccolato

- Premessa. A chi si chiede cosa c'entrino i dolci in un blog letterario, posso solo rispondere che per me lettura e scrittura sono piaceri al pari di una buona torta o di golosi biscotti. E personalmente trovo fantastica l'abbinata dolci/libri ;-)! - 
***
Ennesima ricetta da Cotto e mangiato... che volete farci, sono troppo una buona forchetta! E soprattutto sono una golosona (se ci fate caso finora ho postato solo dolci). Nonostante la dieta ho deciso di salvaguardare la mia dose di zuccheri quotidiani  - be' certo, ridimensionandola un po'! - sotto forma di cioccolata e marmellata in settimana, e un dolce fatto in casa per la domenica. Questa torta, avendo come ingredienti principali le noci, è particolarmente calorica... uno sgarro ogni tanto si può fare, peccato che dopo la prima fetta si instaura una pericolosissima dipendenza e se non state attenti vi ritroverete in men che non si dica con la pancia piena fino a scoppiare e  la tortiera puntellata di briciole avanzanti (com'è successo a me)! Amo troppo sgranocchiare mentre leggo, biscotti o torte fa poca differenza.

Torta alle Noci e Cioccolato
INGREDIENTI:
- 100 gr. di cioccolato fondente
- 100 gr. di burro
- 150 gr. di noci sgusciate
- 150 gr. di zucchero
- 3 uova
- 100 gr. farina
- 2 cucchiaini di lievito

PROCEDIMENTO:
Fondere a bagnomaria cioccolato e burro, tritare grossolanamente le noci e unirle al cioccolato fuso. A parte, sbattere i tuorli d'uovo con lo zucchero, poi aggiungere gli albumi montati a neve e un pizzico di sale. Incorporare la farina e il lievito e infine la crema di cioccolato e noci. Versare in una teglia e cuocere per mezz'ora a 180 gradi.

lunedì 14 febbraio 2011

Ispirazione capricciosa

A me l'ispirazione viene sempre nei momenti più impensabili. 
Raramente mi capita di pensare qualcosa di veramente originale e interessante quando sono seduta a scrivere, o in poltrona a leggere o ancora quando mi ritrovo imbambolata davanti alla tv. La "musa", se così vogliamo chiamarla, di solito viene a trovarmi quando sono in movimento. 
Non so perché, ma quando corro o vado in bici o cammino per le strade della mia città, ecco che invariabilmente mi capita di farmi assalire da mille idee e penso ogni volta : "Caxxo, questa dovrei proprio annotarmela prima che mi passi di mente!". Solo che come potete immaginare non sono situazioni particolarmente agevoli per scrivere; da buona scrittrice mi porto sempre dietro biro e agendina per gli appunti, ma in realtà capita che prima che riesca a metterci mano gran parte delle mie idee siano belle che svanite. Il fatto è che arrivano tutte insieme, e io non sono affatto diligente... sopravvaluto la mia memoria e poi davanti a un foglio vuoto resto a fissare il muro, la mente che all'improvviso si fa tabula rasa.  Che nervoso!
Nella prefazione di un suo libro - Quattro dopo mezzanotte - Stephen King afferma di non condividere l'usanza dei suoi colleghi di annotare puntualmente su un taccuino o un registratore tutto ciò che viene loro in mente.
Secondo King, infatti, il fatto di non annotarsi nulla permetterebbe una naturale selezione delle idee da parte del cervello, nel senso che la memoria a lungo andare selezionerebbe e ricorderebbe solo quelle migliori, scartando le altre. 
Secondo questa teoria le idee migliori sono quelle più insistenti, che tornano e ritornano affermandosi sulle altre finché lo scrittore non decide di metterle su carta. A King le idee vengono sotto forma di immagini, a me no, o meglio raramente; perlopiù si tratta di concetti pseudo-socio-filosofici che lì per lì mi sembrano sempre geniali, ma raramente lo sono. Comunque, tornando in topic, sarebbe interessante sapere quanti scrittori adottano il metodo di King e quanti, invece, sono diligenti scrivani di elucubrazioni mentali. Ecco, io ultimamente faccio parte di questi ultimi, e devo dire che fissare le idee su carta mi sta aiutando moltissimo a ricordare e a dare ordine al caos dei miei pensieri. 
Mi sono imposta di scrivere tutto sulla stessa agendina - ho un triste passato di foglietti volanti mai più ritrovati - perché non necessariamente le idee migliori tornano. Forse sono come i treni, passano una volta e poi chi li vede più. Per dire, l'altra notte ero in dormiveglia e ho pensato a un incipit fantastico per il racconto che ho intenzione di scrivere. Anziché pensare "ma sì, lo scrivo domani!", ho acceso la luce, mi sono faticosamente issata su un gomito e ho scritto con un occhio e aperto e uno chiuso: e meno male, perché la mattina ovviamente avevo scordato. 
Però non esageriamo... in "certi momenti" anche se mi viene l'idea del secolo, chissenefrega ;-)!

venerdì 11 febbraio 2011

Riflessioni sparse

Cosa credi? Che voglia stare solo? 
Ma sono fatto così, non riesco ad avvicinarmi veramente a nessuno. 
È un dato di fatto. 
È come se mi mancasse quella parte dell’anima che si incastra negli altri, come nel Lego. 
Che si unisce veramente a qualcun altro. 
David Grossman

Quante volte ci si può innamorare nella vita? Perché c'è gente che si innamora con la stessa facilità con cui prende il raffreddore e gente che se va bene si innamora una sola volta in una vita intera? E ancora, innamorarsi ha sempre lo stesso valore? Voglio dire, l'amore di una persona facile all'innamoramento vale quanto quello di una persona che al contrario non lo è? Non sono forse i sentimenti più rari quelli più preziosi? I diamanti avrebbero forse lo stesso valore se si trovassero a ogni angolo di strada? 
Ecco cosa mi frullava per la testa stasera, mentre prendevo un aperitivo in compagnia (non troppo divertente, dal momento che perdevo di continuo il filo dei discorsi per inseguire i miei vaneggiamenti filosofici). 
E pensare che chiunque mi avesse notata, i capelli lunghi piastrati e il trucco perfetto, avrebbe senz'altro immaginato la mia graziosa testolina presa in pensieri tipo quale borsa firmata comprare o se usare lo smalto nero anziché quello rosso. 
A volte mi sento un cliché mal riuscito.

giovedì 10 febbraio 2011

Torta margherita

- Premessa. A chi si chiede cosa c'entrino i dolci in un blog letterario, posso solo rispondere che per me lettura e scrittura sono piaceri al pari di una buona torta o di golosi biscotti. E personalmente trovo fantastica l'abbinata dolci/libri ;-)! - 
***
Ecco un'altra ricetta di Benedetta Parodi, dal programma televisivo Cotto e mangiato. E' una trasmissione che guardo sempre volentieri, magari comprerò anche i libri, perché non si trovano ovunque ricette non solo sfiziose e buone, ma anche semplici. Non è che uno abbia intere giornate a disposizione per cucinare e cercare ingredienti esotici, ma vorrebbe comunque mangiare bene, preferibilmente evitando tutti i coloranti e conservanti di merendine & co. 
La torta margherita è una torta classica e buonissima, l'ho fatto domenica ed è letteralmente sparita, perciò credo di riproporla al più presto! 
E' ottima a colazione ma anche a merenda, accompagnata da un tazzone di latte o di cioccolata calda. 
Torta Margherita

INGREDIENTI:
- 4 uova
- 150 gr. zucchero
- 100 gr. farina
- 200 gr. burro fuso
- 100 gr di fecola
- una bustina di lievito
- una bustina di vanillina
- zucchero a velo

PROCEDIMENTO:
Per prima cosa sbattere le uova con lo zucchero, poi aggiungere uno dopo l'altro tutti gli ingredienti: farina, burro, fecola, lievito e vanillina. Amalgamare bene il tutto. Foderare con la carta da forno una teglia da riempire con l'impasto e infornare a 180 gradi per mezz'ora. 
Una volta tolta la torta dal forno, spolverarla con abbondante zucchero a velo.

Arrivederci Roma

In una umida giornata d'autunno, Roma mi accolse con una pioggerella sottile, intermittente, che veniva giù da un cielo color acciaio. 
Quella mattina feci il mio primo giro per via Tiburtina armata di un ombrello e di tutto il mio sconforto. Mi servivano detersivi, cibo e svariate cose per la casa, ma sono certa che se solo avessi avuto qualcuno su cui contare, qualcuno che si prendesse cura di me, non sarei mai uscita dal mio guscio. Non quel giorno, quando mi sentivo così sola e abbandonata a me stessa.
Veduta notturna del Colosseo
Eppure anche in casa non mi sentivo a casa... e del resto come avrei potuto, era tutto nuovo, tutto sconosciuto e terrificante. Forse esagero, ma io non sono una persona adatta ai cambiamenti. Mi piace viaggiare, certo, conoscere nuovi posti e immergermi nelle culture dei luoghi che visito, purché tutto ciò duri solo un periodo; poi si torna a casa, dagli amici, dalle cose care, dai miei libri e dal mio pesciolino rosso. Ho scoperto tardi di avere un habitat naturale, proprio come gli animali. E non c'è niente da fare, sto bene solo lì. Forse per la prima volta in vita mia ho compreso il significato del termine "senso di appartenenza". Anzi no, la prima volta è stato il mio primo amore, ma non divaghiamo.
Torniamo a Roma. Comprai quello che dovevo comprare, dispensando sorrisi a negozianti e cassiere per elemosinare un po' di quell'affettuosa cordialità di cui avevo bisogno, e tornai a casa con due bustoni di roba da sistemare. Iniziarono gli impegni, le corse affannate su e giù per prendere la metro, le mattine china al computer alla ricerca di un briciolo di concentrazione e le serate passate a chiacchierare con le coinquiline.
Una cosa mi colpì subito di Roma, o meglio, della sua gente; non dico romani perché molti di quelli che incontravo erano quasi certamente di fuori, italiani o stranieri, pendolari o cittadini adottati poco importa. Li accomunava uno sguardo perso nel vuoto, vacuo e rassegnato. 
Qualcuno dirà che la mia è tutta fantasia, ma stavolta non lo credo. La gente delle grandi città (ovviamente non i turisti!), soprattutto la gente che si incontra in metro e sugli autobus al mattino o la sera, è triste e frustrata, nervosa e incattivita, e basta un nonnulla per farla scattare: contro l'immigrato di turno, contro il pedone distratto, contro il traffico e i conducenti degli autobus. 
Mi sembra di dire un gigantesca ovvietà affermando che si corre su e giù come i matti, si sgobba per ore, molto spesso senza nemmeno intravedere un senso in ciò che si fa, per poi perdere di vista ciò che conta davvero, e trovarsi con in mano un pugno di mosche.
Ecco, a me questa cosa mi ha terrorizzata fin dall'inizio. Non intendo generalizzare, ognuno è fatto a modo suo, io ovviamente parlo per me e per ciò che ho provato, direttamente e indirettamente. 
Un giorno ho capito che se fossi rimasta lì mi sarei persa per sempre. 
Non so usare termini più chiari per descrivere come mi sono sentita, dovrei raccontare nel dettaglio vicende e vissuti personali che non ho voglia di rendere pubblici. 
Io credo che il corpo possegga una sapienza profonda che a volte la coscienza non è in grado di interpretare, oppure, quando ci riesce, non vuole assecondare. Ecco, se solo ascoltassimo il corpo senza troppi pregiudizi, senza lasciarci accecare da aspettative, ambizioni, regole e doveri, credo che prenderemmo quasi sempre la direzione giusta. Ogni singola cellula mi indicava una direzione e io dopo un po' di resistenze l'ho seguita, perché non seguirla avrebbe significato andare contro me stessa, e quello l'ho fatto troppo a lungo per non aver imparato la lezione.
Basta così poco per essere felici, così dannatamente poco che alle volte vien da chiedersi perché certa gente sembra quasi mettersi d'impegno per essere infelice.
Roma mi ha fatto capire tante cose, mi ha fatto amare e apprezzare cose a cui prima non davo la minima importanza, mi ha fatto capire che a volte è necessario fare una scelta drastica... e io stavolta ho scelto di essere felice, perché so di meritarlo.
Scegliere di essere felici non è mai una sconfitta, perché qualsiasi sia la contropartita cui sei costretto a rinunciare, ne varrà sempre la pena.

martedì 8 febbraio 2011

Fedeltà e Tradimento (Edizioni Arpanet)

Fedeltà e Tradimento,  Edizioni Arpanet 2011

Dal 9 Febbraio è in tutte le librerie italiane "Fedeltà e Tradimento", il nuovo volume della collana duble-face dedicata alle passioni, edito dall'Arpanet.
Un libro sorprendente, un filo sottile di buone intenzioni che conduce poi, voltando il libro, alle storie più piccanti. 
Dov'è il senso del controllo, e sino a che punto è possibile spostare il limite? 
Una raccolta di racconti incentrati sull'amore e le sue infinite declinazioni, un libro che nasce dalla passione per la bella scrittura e che riesce a raccontare sentimenti confusi e contrastanti con passione, eleganza, tormento e sensualità. Un bellissimo libro - come garantito dal marchio Arpanet, casa editrice tra le più innovative del panorama culturale italiano, caratterizzata da edizioni raffinate e curate nei minimi dettagli - particolarmente adatto alle atmosfere di San Valentino.
La presentazione  del volume alla stampa e al pubblico si terrà mercoledì 9 Febbraio 2001 A Milano, in via Stampa 8, alle ore 18.30. 

Essendo una delle autrici, riporto qui uno stralcio del mio racconto, sperando che vi piaccia e che vi faccia venire voglia di leggere anche il resto :-)!

***

La petite Chatte
(...) Se chiudo gli occhi ci vedo com’eravamo allora, due giovani di venticinque anni ingenui e terribilmente innamorati. Lui alto, biondo e allampanato, con due occhi castani grandi e buoni, spalancati sulle meraviglie della Parigi dei suoi sogni; lei bruna e minuta, con una cascata di onde nere che le scivolavano artisticamente sulle spalle fino a sfiorarle il fondoschiena, e una minigonna da infarto, che faceva girare tutti gli uomini al di sopra dei quindici anni che incrociavano il loro cammino. 
Nessuno di noi due badava a quegli sguardi.
Ci tenevamo per mano e avanzavamo tra la folla come se fossimo soli al mondo, gli occhi che si incrociavano di continuo per scambiarsi promesse e desideri, i corpi che a ogni contatto emanavano scintille, finché l’elettricità tra noi diventava così forte che dovevamo correre a scaricarla in uno degli squallidi motel di cui pullulavano i vicoli laterali.
Lì facevamo l’amore senza nemmeno spogliarci, con una frenesia che ci lasciava esausti e sudati, mentre sdraiati sul sudicio copriletto di velluto ci percorrevamo i volti con le dita, indugiando sui nostri lineamenti con lo stesso amore, la stessa dedizione di uno scultore che rimiri la sua opera più perfetta.
Prima di andare via Gérôme mi schiudeva le labbra con l’indice e avvicinava il suo volto alla mia bocca per respirare il mio respiro, alitandomi il suo fiato caldo sul collo.
Le nostre labbra si univano, le lingue si intrecciavano, e facevamo di nuovo l’amore, più lentamente, scostando i vestiti e accarezzandoci la pelle nuda, che sembrava fremere.
Non sapevo descrivere il suo odore più di quanto lui non sapesse descrivere il mio, ma l’avrei riconosciuto tra mille. Mi era entrato dentro fino a imprimersi nei miei geni, dando forma al mio immaginario erotico e diventando l’odore che associavo alla felicità, alla casa, a tutto ciò che avevo al mondo di solido e affidabile.
Ancora a occhi chiusi, mi porto al viso la camicia di Gérôme, sperando assurdamente che qualcosa del profumo di quei giorni lontani sia rimasto attaccato a lui.
Ma subito arriccio il naso e riapro gli occhi, quasi disgustata. (...)

Rossella Martielli


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NOTA: Potete acquistare il libro in tutta Italia, nelle piccole librerie e nelle grandi catene, ordinandolo laddove non fosse presente.
E' inoltre disponibile online sui principali cataloghi elettronici e sull'e-Store di ARPANet, www.ARPABook.com, dove è possibile ordinare i libri ARPANet senza alcun contributo per la spedizione.


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RASSEGNA Stampa/Tv
Elle
Pomeriggio 5

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RECENSIONE
"Davvero ben scritto. È così facile immedesimarsi ora nell'uno, ora nell'altra. E la cosa più strana, è che i due sono acerrimi nemici. (Solo l'indifferenza è la morte del sentimento). Lo scorrere del tempo, le piccole beghe di ogni giorno, la vicinanza che uccide la passione e il mistero degli amanti. L'agonia di un sentimento schiacciato tra traffico e persone - persone che guardano, persone che desiderano, persone che, estranee, possono alla fine permettere alla coppia di riscoprire il tesoro nascosto nella quotidianità."

Nuovi libri!

In attesa di trovare posto in libreria...
Finalmente è arrivato il pacco con il libri ordinati da BOL! Sono al settimo cielo! Anche se visti gli impegni e gli arretrati di lavoro non so quando potrò iniziare a leggerli, ma appena riesco provvederò a scrivere altrettante recensioni. Del resto questa volta mi sembra di aver scelto proprio bene, letteralmente non sto in me dalla voglia di viverli e appassionarmici (quando penso ai libri, questi termini mi sembrano molto più azzeccati di un banale "leggere"... i libri si leggono, certo, ma soprattutto si amano, si desiderano alle stregua delle emozioni). Faccio un breve elenco, se vi va ditemi quale libro dal titolo e dalla breve trama vi attira di più:

- La biblioteca dei libri proibiti, John Harding
New England, 1891. È notte fonda ormai. Nell'antica dimora di Blithe House regnano il silenzio e l'oscurità. Per Florence, giovane orfana di dodici anni, è finalmente giunto il momento che ogni giorno aspetta con ansia. Attenta a non far rumore, sale le scale ed entra nella vecchia biblioteca. Nella grande stanza abitata dalla polvere e dall'abbandono ci sono gli unici amici che le tengano davvero compagnia, i libri. Libri proibiti per Florence. Non potrebbe nemmeno toccarli: da sempre le è vietato leggere. Così le ha imposto lo zio che l'ha allevata insieme al fratellino Giles. Un uomo misterioso, che l'ha condannata a vivere confinata in casa insieme alla servitù. Ma Florence è furba e determinata e ha imparato a leggere da sola. Ha intuito che nei libri è racchiusa la strada per la libertà. Perché proprio in quella biblioteca, tra i vecchi volumi di Sir Walter Scott, Jane Austen, Charles Dickens, George Eliot e Shakespeare, si nasconde un segreto che affonda le radici in un passato legato a doppio filo alla morte dei suoi genitori. Una terribile verità che, notte dopo notte, getta ombre sempre più inquietanti sulla vita di tutti. Strani episodi iniziano a sconvolgere la dimora.


- Crimini di sesso, Jefener Shute
In questo romanzo la protagonista, Christine Chandler, cerca di spiegare al giudice d'istruzione, ma soprattutto a se stessa, la dinamica che l'ha portata da quello che sembrava un flirt innocuo col giovane fotografo Scott DeSalvo, iniziato nei fumi di una sbronza di capodanno, a una sorta di attrazione pericolosa e fatale in cui il piacere, la trasgressione, l'amore fisico, diventano violenza, dolore, sangue, lotta cieca di corpi, fino al crimine sessuale di quella tragica notte, dieci mesi dopo.



- Il quaderno nero dell'amore, Marilù S. Manzini
"Ogni atto sessuale svolto dai 3 partecipanti dovrà essere riportato su questo quaderno" recita la prima regola del Quaderno nero, un'agenda Louis Vuitton in cui tre amici annotano puntigliosamente i loro incontri e i segreti indicibili delle loro vite. Maria Vittoria designer d'interni, ha un fidanzato noiosissimo (figlio di un re della piastrella), si droga parecchio e colleziona odori di persone in indumenti conservati sottovuoto. Paola è un'aspirante starlet di rara bellezza, giornalista sportiva di una tv locale, che va a letto con chiunque per fare carriera, aizzata da una madre-mantide. Riccardo, accanito amatore seriale, sta conducendo alla rovina il locale alla moda che gestisce con madornale insipienza. Marilù S. Manzini costruisce un romanzo potente e leggero allo stesso tempo, che racconta con parole al vetriolo un mondo fatto di discoteche e privé di lusso, ambigue sale per casting di programmi televisivi di serie C e lenzuola che potrebbero raccontare un'odissea, tante ne hanno viste; un mondo al limite, dove i giochi pericolosi s'intrecciano al sesso più sfrenato e la vita pare una scommessa, divertente sì, ma soprattutto feroce. Un mondo dove nulla è impossibile, in cui camminare bendati al limitare del precipizio è pura e semplice normalità.


- Trasgressioni, Sarah Dunant
In un'enorme casa vittoriana nei sobborghi di Londra, in compagnia di un gatto e del violento thriller che sta traducendo dal ceco, Elzabeth Skvorecky cerca di trovare un senso alla propria vita dopo la dolorosa rottura con il suo compagno. A un certo punto accade qualcosa: prima scompare un compact disc, poi, in cucina, a mezzanotte, si accende lo stereo e qualcuno mette a soqquadro le stoviglie. Chi c'è in casa? Un "poltergeist", un uomo vero, oppure Elizabeth sta perdendo la ragione?


- Muori per me, Karen Rose
Un assassino implacabile, un videogioco nel quale le vittime sono reali... Un campo innevato ai margini di Philadelphia. Sedici fosse, alcune di esse sono ancora vuote, altre ospitano cadaveri  disposti con una cura meticolosa. Le vittime sono state brutalmente torturate e le tecniche di cui si serve il serial killer provengono da uno dei periodi più oscuri dell’umanità, quello dell’Inquisi zione. È per questo che il detective Vito Ciccotelli decide di rivolgersi a Sophie Johannsen, un’archeologa specializzata in storia medievale. Nonostante gli anni di esperienza i due si ritrovano ad affrontare la lama affilata del terrore: l’assassino non ha ancora finito la sua opera e chi cercherà di fermarlo rischia di diventare l’ultima pedina del suo gioco di morte. Vito teme che il prossimo grido di orrore possa essere quello di Sophie, proprio ora che l’ha trovata, ora che la passione è tornata a bussare alla sua porta.

- Al suono della giostra, Brendon Burchard
Al suono della giostra è la storia di un uomo intrappolato nella prigione del suo passato e per questo incapace di cogliere tutte le innumerevoli possibilità che gli si aprono davanti. Al capezzale della sua fidanzata Mary, che in seguito a un incidente giace in fin di vita in ospedale, trova una busta misteriosa e, per tranquillizzare Mary, che lui crede in preda al delirio, accetta di andare in un luna park abbandonato da anni. Ma non appena varca l’ingresso, magicamente il parco prende vita e il protagonista viene avvicinato da una guida, anziana e garbata, che lo incoraggia a cercare di capire che cosa è successo alla fidanzata.Mentre vaga fra le strutture del parco incontra una serie di personaggi che vi lavoravano e che – apparentemente – vi lavorano: un mago, un domatore di leoni, una cartomante, dei funamboli e tutti riescono a insegnargli qualcosa sul suo rapporto con Mary. Attraverso un indimenticabile viaggio di trasformazione personale, il protagonista capirà come affrontare il proprio passato, verrà a sapere che cosa è realmente successo alla ragazza che ama e scoprirà, infine, che cosa contiene la busta misteriosa...

- Finché sarà passata la tua ira, Asa Larsson
Il nuovo romanzo della fortunata serie di Rebecka Martinsson -- Wilma e Simon, poco più che adolescenti, hanno scavato un buco nel ghiaccio e si preparano a immergersi nel lago di Vittangijärvi, nel profondo nord della Svezia, alla ricerca di un aereo precipitato molto tempo prima. Mentre nuotano sul fondo del lago, qualcuno scioglie la sagola di sicurezza e chiude l'apertura verso la superficie, posandoci sopra una porta di legno. Per i due non c'è scampo. Cosa cercavano nel relitto di quell'aereo? E chi ha voluto punirli con la morte? Ancora in coppia con l'ispettrice Anna-Maria Mella, Rebecka Martinsson, ora procuratore a Kiruna, sempre divisa tra l'amore per la sua terra lappone e quello per il suo ex-capo che la vuole a Stoccolma, indaga i misteri di una famiglia che dalla seconda guerra mondiale custodisce un terribile segreto e, tra minacce e intimidazioni, s'imbatte in una pericolosa rete di colpe, paura e tradimento.

Come avrete notato si tratta prevalentemente thriller, noir/erotici, i miei generi preferiti, almeno da un paio d'anni a questa parte. Odio lo snobismo intellettuale - e in certi ambienti ce n'è davvero tanto - il quale sostiene che certi generi "commerciali" non siano vera letteratura... per come la penso io, vera letteratura è tutto ciò che è scritto bene e che trasmette emozioni, indipendentemente dalle pretese culturali che ostenta. Che poi, parliamoci chiaro, molta di questa presunta letteratura non è nemmeno granché... nomi pomposi, aria fritta e presunzione.
Se un libro piace a moltissime persone un motivo ci sarà, no?
O dobbiamo pensare che è vera arte solo ciò che piace alle minoranze?

lunedì 7 febbraio 2011

Un pomeriggio qualunque in giro per la città

L'altro giorno mi sono presa un pomeriggio tutto per me e sono andata in giro a far spesucce (dire spese mi sembrava eccessivo, considerato il budget risicato che avevo a disposizione). Ho girato a lungo per negozi ma non ho dovuto faticare più di tanto per tenere i soldi nel portafoglio; ho trovato veramente poca roba carina, forse non ero predisposta io di testa, non so (anche per lo shopping ci vuole una particolare predisposizione d'animo che credete!), sta di fatto che non mi sono fatta uscire le orbite come al solito per poi tornare a casa più frustrata di prima per non aver potuto comprare la super borsa di tal dei tali che costava quanto uno stipendio mensile medio (non il mio quindi). 
Più che altro è stato un pomeriggio di relax, di passeggiate e pensieri, sola con me stessa eppure serena, sorridente e appagata. 
In questi mesi per la prima volta ho sentito di stare bene con me stessa. Cosa strana per una come me, che da sola si è sempre sentita come fuori dalla sua pelle, nervosa e scontenta. Ora invece mi trovo ad assaporare la mia solitudine e quasi a ricercarla con piacere. Da sempre da sola leggo, scrivo, fantastico e trovo consolazione nei momenti in cui le cose non mi vanno bene; però non mi è mai piaciuto uscire per conto mio, per andare a far compere o per una semplice passeggiata. Mi sentivo inquieta, insoddisfatta, L'altro giorno invece è stato perfetto. Della serie, io, me stessa e tanta tanta serenità. 
Ecco la borsa che ho preso...
So che è solo un periodo, so che potrebbe terminare e so anche la causa di questo meraviglioso stato d'animo (effimera come tutte le cose umane, aimè). Ma non mi va di pensarci, e soprattutto non mi va di fasciarmi la testa prima di essermela rotta. 
Mi godo il momento, punto. Sono anche riuscita nel mio intento, cioè acquistare a prezzi follemente bassi (70%): Ho preso una borsa, un portafoglio e due pochette porta-trucchi... a 20 euro!!! Non sono carini?! Poi ho incontrato un tipo di e-bay che doveva vendermi una quindicina di libri a un euro l'uno. Belli e nuovi, un affarone perché il tipo in questione se ne disfava causa trasloco. Io ovviamente ho pensato che questo tizio fosse pazzo - io non mi disferei MAI dei miei libri, credo sarebbero l'unica cosa che porterei in salvo in caso d'incendio! - però sono stata troppo contenta di trovarmi in mano questa bustona di libri a un prezzo ridicolo! 
... e il portafoglio coordinato!
Ma comunque non ho resistito alla tentazione....e sono entrata in Feltrinelli!!! Si sa che se entro lì è un disastro...e infatti nonostante la bustona e un pacco di libri in arrivo fresco fresco da Bol...ho comprato un altro libro! Mannaggia a me! Poi ho preso caffè e un muffin e mi sono seduta al bar a guardare la gente intorno. 
Essendo molto fantasiosa, fin da piccola presto molta attenzione agli altri, soprattutto sconosciuti che incrocio per caso, sul treno, al supermercato o per strada, e fantastico sulle loro vite, sulle storie che li hanno portati a trovarsi lì in quel dato momento e su chi li aspetta a casa o in stazione. 
Poi è ovvio che alcuni individui attirano la mia attenzione molto più di altri, non saprei nemmeno spiegare il perché...forse lo sguardo, l'atteggiamento, il senso di inesplicabilità che trasmettono. 
Anche tenendo la bocca chiusa per tutto il tempo, un estraneo può immediatamente classificarsi come persona banale oppure interessante...è questione di quel certo non-so-che che non è possibile comprendere fino in fondo. Alla Feltrinelli il mio interesse è stato catturato da un uomo che sedeva tutto solo al bar con un'aranciata davanti. 
Non era bello, né giovane, ma ha attratto immediatamente i miei sguardi incuriositi. Aveva un'aria abbattuta, o che perlomeno a me pareva tale, e sembrava che il suo sedere lì fosse puramente casuale, non giustificato dall'interesse per i libri, né dagli acquisti, motivi che sembravano animare il resto degli avventori che o erano in compagnia, o leggevano o erano reduci da una maratona di acquisti. 
Sono certa che invece per lui quel posto equivalesse a un altro. Forse vagava per la città cercando di dimenticare un amore infelice...o per smaltire una sbronza, o perché si sentiva solo e depresso e pensava di farla finita...si sto esagerando lo so ;-)! 
Ma è così che nascono le cose che scrivo. 
I treni poi, che mi tocca frequentare regolarmente, sono un'inesauribile risorsa di "materiale umano", soprattutto quelli a lunga percorrenza, Eurostar o Intercity. Ci salgono persone di ogni età, etnia, ceto sociale e occupazione, dall'uomo d'affari ultra-impegnato, che per chissà quale motivo ha dovuto rinunciare all'aereo, alla pensionata anzianotta che va a trovare i figli che si son fatti famiglia a nord. 
Se posso ci scambio due chiacchiere, ma il più delle volte non serve. Anzi, non parlare mi permette di far volare meglio la fantasia...

Comunque avevo iniziato questo post con l'idea di scrivere quattro righe! Sono logorroica anche al pc, c'è poco da fare. Buona giornata a tutti voi che passate di qui!

domenica 6 febbraio 2011

Il carillon della nonna

Mia nonna aveva un carillon. 
Era un oggetto tutto sommato banale, la cui forma ricordava forse un carretto o una semplice scatoletta, era di metallo dorato e possedeva una levetta per caricarlo a mano. 
Il carillon suonava la musica più triste che io abbia mai sentito. Ti ipnotizzava, ma spezzava il cuore. Da bambina ogni volta che riuscivo a eludere la sorveglianza degli adulti scappavo in camera dei nonni e mi mettevo ad ascoltare il carillon. 
Ricordo che mia zia lo odiava, la irritava profondamente il suono che faceva, e più volte aveva cercato di sbarazzarsene. Non so perché, forse quel carillon era legato a immagini o sentimenti che non le piaceva ricordare. O forse semplicemente non sopportava l'opprimente malinconia in cui io e la nonna sguazzavano a piacimento, socchiudendo gli occhi e concentrandoci sulla musica al punto da escludere la gente attorno. Ma non ci fu mai verso di convincere mia nonna a mettere via il carillon. 
Ripensandoci ora, credo quell'oggetto rispecchiasse la sua essenza come se fosse stato creato apposta, magari da uno stregone che volesse imprigionarne il suo animo in una forma nuova, sorda e lineare come solo gli oggetti sanno essere. Anche mia nonna lo era, a modo suo certo, ottusa e decisa fino alla testardaggine più irritante. 
Per quegli anni che l'ho conosciuta, so per certo che mia nonna era una persona triste. Non depressa, o paranoica, o disperata... triste, solo infinitamente triste.
Una tenue forma di malinconia pulsava in ogni suo gesto, perfino quelli più affettuosi, attraversava i suoi sguardi e conferiva una piega nettamente amara ai lineamenti del viso. Non rideva spesso, e quando lo faceva il suo sguardo sempre lì a ricordarci un'altra realtà. 
Appariva così fragile e indifesa, eppure nemmeno un terremoto era in grado di smuoverla dalle sue posizioni. Il suo modo di essere era morbosamente contagioso. In fondo credo che la sostanziale differenza tra infelicità e felicità sia proprio questa: la prima si trasmette con facilità a chi ci sta accanto, la seconda no. E così stando accanto alla mia amata nonnina percepivo che era triste ma non capivo il perché, cosa che mi faceva sentire estremamente in colpa. In fondo i bambini, nel loro ingenuo e commuovente egocentrismo, sono convinti che tutto ciò che accade sia in qualche modo riconducibile a loro. 
Merito loro o colpa loro, a seconda dei casi. E il senso di colpa è un marchio a vita da cui nessuno è esente, indipendentemente da come se lo sia procurato. Io crescevo e non capivo, ma non smettevo un attimo di sentirmi responsabile. 
Gli psicologi dicono che il senso di colpa derivi dall'inconscia contrapposizione tra amore e odio... ed è vero, mia madre e mia nonna sono state in assoluto le persone che ho più amato e che più amo in vita mia. 
Negli ultimi tempi la penso spesso, ho sempre tenuto il suo ritratto sul comodino e sempre la imploro perché interceda per me con il nostro superiore di lassù.
Alla fine, dopo la sua morte, il trasloco e lo smistamento dei suoi effetti materiali, non so come sono riuscita a recuperare il tanto amato carillon. Fa sempre quella stessa musica, e io provo sempre le stesse sensazioni di allora.
Vien da chiedersi perché, perché ci si ostina a tornare sempre dove fa più male: da un'immagine, una foto, una musica, un ricordo. 
Forse perché la tristezza è così dolce, è uno sciroppo caldo, una coperta di lana e un'abbraccio comprensivo... quando siamo con lei siamo certi che poco o nulla abbiamo da perdere, perché quel che c'era è già irrimediabilmente perso. C'è sempre un masochistico, irresponsabile piacere nell'abbandonare la battaglia e arrendersi alla vita per ciò che è. 

venerdì 4 febbraio 2011

Elisa - Forgiveness

Ci sono canzoni che ti entrano dentro. 
Quelle che la prima volte che le senti colpiscono il segno, ti emozionano dapprima lievemente poi sempre più forte, sanno farsi ricordare, canticchiare e poi ancora e ancora finché senti il bisogno di ascoltarle anche cento volte al giorno. Ti entrano in testa come un tarlo, il ritornello è la colonna sonora di ogni tuo momento tranquillo e solitario, ti culla prima di addormentarti, ti tiene compagnia dall'i-pod mentre prendi il treno o la metro. 
Se non l'hai ancora fatto, dopo un paio di giorni cerchi il testo in internet. Se è in inglese lo traduci. 
E allora scopri - con una certa sorpresa che ti provoca un piacevole rimescolio nello stomaco - che quella canzone sembra essere stata scritta apposta per te. Pensi che se l'avessi dovuta scrivere tu non avresti trovato parole più adatte a descrivere ciò che senti. 
E' questa la magia di certe canzoni. 
Canzoni come questa, che proprio non riesco a smettere di ascoltare.


I’m lost and scared to live this life 
I thought i’d always be strong 
This rage this dark side i don’t want to see 
Lays there... Lays there… lays there… 

There on the bottom inside 
Looking lost like a child 
But i know that you’re mine 
We only need… 

Forgiveness our key to the world 
Forgiveness i’m frightened to deserve 
Forgiveness all that we need 
It’s forgiveness i am not sure i know… 

It was the love untaught 
Trapped in your mind 
So empty with me… 
A silent stone that struck my heart 
While i looked for a sign a sign… 

You felt the pain 
You felt the fear 
But you chose not to see 
Made it your destiny, 
Is it time for… 

Forgiveness... For we have paid 
Forgiveness is our key to the world 
Forgiveness for the love untaught 
It’s forgiveness i’ll be... Waiting for… 
Forgiveness... For we have paid 
Forgiveness is our key to the world 
Forgiveness for the love untaught 
It’s forgiveness i’ll be... Waiting for… 

***
Ecco, uno dei miei tanti limiti è che non sono mai stata capace di perdonare. Ero sempre troppo arrabbiata: con i miei, con gli amici, con i ragazzi, con la società, con i professori, con la vita, con il mondo... con me stessa. Da un po' di tempo a questa parte, quasi miracolosamente, è cambiato tutto.
Elisa ha ragione, il perdono è la chiave. E io sono riuscita a perdonare, finalmente.
Eppure... eppure c'è ancora qualcosa che non riesco a perdonare, e so che forse non ci riuscirò mai. 
O ci riuscirò solo quando sarò abbastanza forte da sapermi proteggere da sola, e questa corazza di rabbia non servirà più da barriera tra me e il dolore che inevitabilmente proverò.
Ma fino ad allora ci sono cose e persone che non posso, non posso perdonare.